16/12 /2004  ore 17  Nicola Pasqualicchio ( docente di storia del teatro)

La fonte e il labirinto : emblemi mitologici della solitudine” con letture di Luca Dorizzi

l mito greco non di rado ha affrontato il tema della solitudine, sia come volontario isolamento sia come emarginazione ed esilio. Due, in particolare, sono le figure del mito che qui si intendono analizzare in questa prospettiva.

Da Ovidio fino a Freud, Narciso ammaliato dalla propria immagine riflessa è un emblema di quella solitudine che, scambiando se stessa per appagante autocompiacimento, rivela invece il potere paralizzante e gli esiti nefasti dell’amore di sé.

Se Narciso si chiude da sé nella propria solitaria gabbia, l’orrore e la vergogna per la diversità spingono  Minosse a rinchiudere tra le mura del Labirinto il proprio figlio mostruoso: immagine per gli antichi di una ferocia disumana, il Minotauro diventa per grandi scrittori moderni come Borges o Dürrenmatt figura di un’infanzia o di un’adolescenza straziata, indotta alla violenza dall’emarginazione spietata della comunità dei “normali”.


Conferenza Stampa 23 novembre

LA SOLITUDINE DEI GIOVANI E LA CULTURA CLASSICA

  Attraverso un ciclo di eventi si intende affrontare il problema odierno della solitudine dei giovani causata dalla mancanza di modelli di riferimento dati, nel passato, dalla famiglia arcaica.

Il progetto è stato approvato nel Piano strategico del Comune di Verona

( cento idee )

RELAZIONE ILLUSTRATIVA SEMINARIO LA SOLITUDINE DEI GIOVANI E LA CULTURA CLASSICA

 Attraverso un ciclo di eventi si intende affrontare il problema odierno della solitudine dei giovani. L’iniziativa si articolera’ in tre momenti:

1.     un seminario sulla solitudine dei giovani affrontata dal punto di vista psicologico, sociologico ed educativo;

2.     un momento teatrale con modelli presi dal mito greco;

3.     tre interventi didattici alla presenza di relatori esperti.

 

Destinatari dell’iniziativa culturale saranno giovani, studenti veronesi accompagnati da insegnati e professori e genitori

OBIETTIVI:

 1. Fornire a educatori e genitori linee guida interpretative del problema e possibili vie di soluzione.

2. Organizzare degli incontri diretti soprattutto ad educatori e genitori per affrontare in modo diretto il problema. Offrire esempi tratti dal mito e recitati da un attore per avvicinare i giovani in modo piu’ immediato.

3. L’iniziativa si basa sull’organizzazione dell’AICC, sulla collaborazione di importanti esperti del settore, sull’intervento di un esperto di teatro e sulla collaborazione del Centrum Latinitatis Europae.

4. Si conta di suscitare interesse sia sul problema della solitudine in modo da favorire la nascita di altre iniziative simili a livello territoriale.

 

MODALITA’ DI VALUTAZIONE

L'indicatore fondamentale del successo dell' inziativa sarà relativo all'ampiezza del pubblico coinvolto nella manifestazione. Altro indicatore importante e` il livello di impatto che si potra` registrare e successivamente valutare in base alla nascita di altre iniziative future sullo stesso tema.

25. 11. 2004  ore 17  Seminario sui problemi relativi alla carenza della funzione genitoriale a cura del  professor Franco Pajno (psichiatra infantile) e della dottoressa Maria Luisa Lissoni ( psicologa).

            La solitudine dei giovani verrà affrontata dal punto di vista psicologico, sociologico ed educativo

 

16/12 /2004  ore 17  Nicola Pasqualicchio ( docente di storia del teatro)

La fonte e il labirinto : emblemi mitologici della solitudine” con letture di Luca Dorizzi

10/2/2005 ore 17 : Simone Azzoni ( critico teatrale e letterario)
"E che gli dei non ci diano pace ma gloria". La sfida solitaria di Don Chisciotte a essere la beffa del mondo.

 17/3/2005  ore17  Paolo Saladini ( docente di filosofia).

 Prendere le nuvole al laccio: i paradossi della solitudine

  14/4/2005  ore 16  Tavola rotonda (Azzoni, Pasqualicchio, Salandini)
Uscire dal labirinto: il valore educativo del mito’.

sede: Museo Civico di Scienze Naturali Lungadige Porta Vittoria 9

Prof. Franco Pajno Ferrara

La mancanza del romanzo familiare nella carenza genitoriale

 Il “romanzo familiare” è quell’insieme di vissuti più o meno reali che un bambino apprende dai racconti dei suoi genitori e dai nonni, relativo alla propria famiglia, agli antenati più o meno bizzarri, eroici o esecrabili (la pecora nera), alle vicende intercorse intrecciate con gli eventi storici che si sono succeduti nel tempo. Fino circa agli anni sessanta questi racconti erano spontaneamente prodotti in casa, specialmente durante la cena, sotto forma di conversazione non specificatamente diretta ai bambini, oppure raccontati proprio a loro dagli adulti sotto forma di storie e leggende riguardanti i membri e gli accadimenti. Questa trasmissione orale, che è andata spegnendosi fino ad esaurirsi quasi del tutto, impedisce la mitopoiesi sulla propria famiglia che era motivo di identificazione forte sia delle persone che dei principi e valori  così veicolati. 

 L’allarme arriva da Berlino, dove si è da poco concluso il 16° Congresso Internazionale di psichiatria per l’infanzia e l’adolescenza: le malattie mentali, nel 2020, colpiranno un ragazzo su due.

Bambini e ragazzi vittime della violenza, della latitanza degli adulti, sono costretti a crescere “ in fretta “, ma non sviluppano fiducia e sicurezza in se stessi. La risposta a cui sono condannati è

il silenzio e la solitudine. I giovani sono spesso lasciati soli, abbandonati a loro stessi, senza quel calore di cui hanno bisogno per comprendere il mondo. Non si ascoltano né le loro parole, né il loro silenzio che nasconde grida di dolore. Viviamo in un’epoca di “ analfabetismo sentimentale “. C’è un grande vuoto, i bambini e i ragazzi non sanno più a chi rivolgersi:: né genitori né insegnanti; si sentono “ stranieri “ in una terra di nessuno dove non ci sono più guide ad indicare la meta. A volte si ha l’impressione che i genitori abbiano abdicato, forse a favore della TV, al loro ruolo:. Di maestri dei figli. I bambini prima e gli adolescenti poi gli adolescenti vagano nel deserto della “ non – comunicazione “, in cui il silenzio e/o le urla sono i codici utilizzati; costretti ad un clima di anaffettività che congela ogni personalità nascente. Alla radice del disagio c’è un grave disorientamento emotivo. Quello che i bambini e i ragazzi chiedono ai genitori è di essere sostenuti nel cammino di costruzione del proprio Io.

Il mio intervento vuole sottolineare l’importanza del funzionamento psichico dei genitori nei riguardi di quello del figlio.. viene preso in esame il disturbo del bambino all’interno della costellazione familiare, cercando di decifrare la costruzione comune di senso che deriva dall’incontro e dalla interpretazione tra lo psichismo dei genitori e del bambino.

In particolare nel caso in cui il romanzo familiare sia stato catastrofico ne consegue un grave danno per la personalità del figlio.

 Luisa Dissoni

 Nicola Pasqualicchio

La fonte e il labirinto. Emblemi mitologici della solitudine.

Il mito greco non di rado ha affrontato il tema della solitudine, sia come volontario isolamento sia come emarginazione ed esilio. Due, in particolare, sono le figure del mito che qui si intendono analizzare in questa prospettiva.

Da Ovidio fino a Freud, Narciso ammaliato dalla propria immagine riflessa è un emblema di quella solitudine che, scambiando se stessa per appagante autocompiacimento, rivela invece il potere paralizzante e gli esiti nefasti dell’amore di sé.

Se Narciso si chiude da sé nella propria solitaria gabbia, l’orrore e la vergogna per la diversità spingono  Minosse a rinchiudere tra le mura del Labirinto il proprio figlio mostruoso: immagine per gli antichi di una ferocia disumana, il Minotauro diventa per grandi scrittori moderni come Borges o Dürrenmatt figura di un’infanzia o di un’adolescenza straziata, indotta alla violenza dall’emarginazione spietata della comunità dei “normali”.

 

Prendere al laccio le nuvole: i paradossi della solitudine

di Paolo Salandini

 “La stessa solitudine è l’unico rimedio alla solitudine”. In questo lampeggiamento poetico è accolta ed insieme trattenuta la traboccante  paradossalità dell’ “essere-soli”. Da un lato la solitudine si presenta come la più radicale delle astrazioni: “come si fa ad essere veramente soli” (M. Merleau-Ponty), tanto che si potrebbe dire che soltanto Dio è solo, e l’unico incontro con il piano del divino sembrerebbe potersi configurare come un incontro solitario con la solitudine di Dio stesso; esemplare quanto sublime è in tal senso l’invito plotiniano ad unirsi al divino intraprendendo un percorso “da solo a Solo”. Dall’altro la solitudine appare come una condizione intollerabile, uno  stato insoffribile: “dobbiamo appoggiarci agli altri, nessuno sostiene da solo la vita” (Hölderlin). La stessa etimologia di solo (dall’accadico šalwū) rinviando  a sanus (sano, integro; in accadico šanŭ)  , salvus (salvo) ci dischiude un orizzonte protettivo ed accogliente; ma si potrebbe ipotizzare, sicuramente con una certa dose di fantasia, non maggiore peraltro di quella messa in atto da Platone nel Cratilo, una derivazione dalla stessa base accadica šanŭ che significa pure “grondare”, “sgocciolare sangue”, e perfino “avere una ferita infetta”. In tale ambiguità costitutiva forse possono aver qualcosa da dire la parola del mito, che in fondo non è che il Discorso che non ha bisogno di dimostrazioni, e la parola parlante ed evocativa della metafora (e qui entra in gioco l’immagine del titolo). E forse, sempre sullo stesso piano, è meglio seguire la ragione esistenziale, il pensiero narrante piuttosto che l’intelletto logico-categoriale. Lungo questa via, correndo il rischio che si riveli un chemin qui mène nulle part, vogliamo seguire l’ esalazione della solitudine, mettendola a fuoco in tre dimensioni esistenziali di fondo: la vita avventurosa, la vita seria, la vita annoiata. Tenendo presente che tutte e tre sottendono alla tensione tragica (non da intendersi banalmente in modo negativo) dell’esistere.

 SU DON CHISCIOTTE

 “Non temo l’abisso, scendo in esso. Rischio.

Vado là dove non so, oltre lo specchio, scendo e ti guardo, Dulcinea. Ora nella violenza dell’attimo che mi arresta, che mi impedisce di muovermi, mi pare di comprendere, vedo la nudità di tutti i volti che mi accompagnano, sono senza protezione, vedo l’orrore di tutto.. forse non ti avrò mai…Posso anche tornare ora, tornare nello spazio del desiderio, dove il mio gridare incanta, là sui palcoscenici a farmi divorare dagli sguardi”

 Definire don Chisciotte è un paradosso. Equivale a dare razionalità a colui che l’ha sempre combattuta. Inquinare con la ragione chi invece ha sempre creduto con la carne, con le pulsazioni del sangue e con i bisogni del corpo. Don Chisciotte, attaccato alla terra quanto alla vita, crede al suo sogno con la fede, con la scommessa totale, non con i calcoli che una ragione paurosa può costruire per salvarsi. Egli porta senza pessimismo la croce di un glorioso romanticismo contro la modernità che avanza; porta la potenza del riso, del ridicolo contro chi vuole invece una pace rasserenante; porta l’umiliazione di essere beffato, tradito e deriso contro chi si rassegna e si converte all’abitudine. La missione di Don Chisciotte è solo il sogno limpido di speranza di un figliol prodigo ostinato, di un avventuriero che con la lancia in resta preme i calcagni sui fianchi del suo ronzino a giocarsi la pelle a la sua verità.

È solo nella sua utopia fallimentare, spera perché tutto è assurdo. Crocefisso percorre tragicamente una via crucis di presenti squallidi e malsani. Un’immagine addirittura grottesca, ma non cupa, leggera come l’ironia. La sua leggerezza gli permette di contemplare il proprio dramma come dal di fuori  e di dissolverlo così nella malinconia e nella comicità.

Don Chisciotte è un Cristo. Colui che con la fede ha scommesso la sua stessa vita. Trasforma il suo essere denudato e deriso in potenza di salvezza. È ridicolo agli occhi del mondo. Promette e cerca l’immortalità e la gloria di vivere e di sopravvivere, proclama l’orgoglio di essere vinti da questo mondo, di essere derisi da chi non crede nei castelli, nei mulini a vento, nei cavalieri erranti.

Ma per cosa lotta, per chi grida la sua voce nel deserto, ma chi è Dulcinea? Non è la donna fredda della teologia (come lo fu Beatrice), non è la donna del desiderio (come lo fu Isotta per Tristano) non è la cultura (come lo fu Elena di Troia) ma è la gloria di vivere e di sopravvivere, l’immortalità e l’orgoglio di essere vinti da questo mondo. Egli non teme nulla, tantomeno l’abisso, disprezza anzi il viaggio di chi si muove cercando una inutile pace dell’anima.

Don Chisciotte non muore, vive quindi una vita sacra. Immortalità e “atto creativo letterario” fanno quindi di lui un modello mitico. Vedere lo spettacolo e l’azione del personaggio è vedere un  rito che è sottinteso e rappresentato come se avvenisse per la prima volta, in quel tempo sacro dove l’eroe è per la prima volta alle prese con il suo destino. Qui l’avvenimento accaduto in un Senza tempo o in un tempo primordiale va fornendo modelli di vita per un certo tipo di condotta umana. La favola del Chisciotte (d'altronde è un libro, uno scritto) narra gesta di esseri quasi soprannaturali (Cristo e uomo-sognatore) narra di una realtà venuta all’esistenza, è la narrazione di una sorta di creazione ma in questa creazione letteraria irrompe il sacro e il mito e questa narrazione ne svela tutta la sacralità.

Il sogno di Chisciotte diventa quindi una sorta di modello per le attività umane significative (l’eroismo, il coraggio, la volontà,..). Don Chisciotte grazie agli innesti di modernità vive, eppure è sopra la vita, una sorta di essere soprannaturale (perché frutto della fantasia di Cervantes).

Ma questa storia è considerata vera perché si riferisce alla realtà e tuttavia è sacra

I racconti di quest’eroe ci dicono una creazione, la creazione del nostro guardare, della finzione dei sensi e dell’errore delle immagini. Quindi questi miti costituiscono una sorta di paradigma per l’attività del “vedere” in senso lato.

Qui si vede il mito, l’origine della fantasia e del suo contrario (Sancio pancia), dell’immaginare e del suo contrario e  se ne conoscono i processi

Il viaggio di Don Chisciotte, in compagnia di Sancho, la sua inseparabile metà femminile, calcolatrice e raziocinante, è un viaggio senza tempo, nel sogno, tra le ombre di mulini a vento e di quei doppi che ovunque riflettono la brutta copia della sua immagine. Un viaggio, nel libro di chi lo ha scritto, di chi lo legge, di chi lo guarda rappresentato. Un viaggio che, come una recita, deve accadere d’incanto, senza premessa alcuna.

 

Simone Azioni

SU DON CHISCIOTTE

 “Non temo l’abisso, scendo in esso. Rischio.

Vado là dove non so, oltre lo specchio, scendo e ti guardo, Dulcinea. Ora nella violenza dell’attimo che mi arresta, che mi impedisce di muovermi, mi pare di comprendere, vedo la nudità di tutti i volti che mi accompagnano, sono senza protezione, vedo l’orrore di tutto.. forse non ti avrò mai…Posso anche tornare ora, tornare nello spazio del desiderio, dove il mio gridare incanta, là sui palcoscenici a farmi divorare dagli sguardi”

Definire don Chisciotte è un paradosso. Equivale a dare razionalità a colui che l’ha sempre combattuta. Inquinare con la ragione chi invece ha sempre creduto con la carne, con le pulsazioni del sangue e con i bisogni del corpo. Don Chisciotte, attaccato alla terra quanto alla vita, crede al suo sogno con la fede, con la scommessa totale, non con i calcoli che una ragione paurosa può costruire per salvarsi. Egli porta senza pessimismo la croce di un glorioso romanticismo contro la modernità che avanza; porta la potenza del riso, del ridicolo contro chi vuole invece una pace rasserenante; porta l’umiliazione di essere beffato, tradito e deriso contro chi si rassegna e si converte all’abitudine. La missione di Don Chisciotte è solo il sogno limpido di speranza di un figliol prodigo ostinato, di un avventuriero che con la lancia in resta preme i calcagni sui fianchi del suo ronzino a giocarsi la pelle a la sua verità.

È solo nella sua utopia fallimentare, spera perché tutto è assurdo. Crocefisso percorre tragicamente una via crucis di presenti squallidi e malsani. Un’immagine addirittura grottesca, ma non cupa, leggera come l’ironia. La sua leggerezza gli permette di contemplare il proprio dramma come dal di fuori  e di dissolverlo così nella malinconia e nella comicità.

Don Chisciotte è un Cristo. Colui che con la fede ha scommesso la sua stessa vita. Trasforma il suo essere denudato e deriso in potenza di salvezza. È ridicolo agli occhi del mondo. Promette e cerca l’immortalità e la gloria di vivere e di sopravvivere, proclama l’orgoglio di essere vinti da questo mondo, di essere derisi da chi non crede nei castelli, nei mulini a vento, nei cavalieri erranti.

Ma per cosa lotta, per chi grida la sua voce nel deserto, ma chi è Dulcinea? Non è la donna fredda della teologia (come lo fu Beatrice), non è la donna del desiderio (come lo fu Isotta per Tristano) non è la cultura (come lo fu Elena di Troia) ma è la gloria di vivere e di sopravvivere, l’immortalità e l’orgoglio di essere vinti da questo mondo. Egli non teme nulla, tantomeno l’abisso, disprezza anzi il viaggio di chi si muove cercando una inutile pace dell’anima.

Don Chisciotte non muore, vive quindi una vita sacra. Immortalità e “atto creativo letterario” fanno quindi di lui un modello mitico. Vedere lo spettacolo e l’azione del personaggio è vedere un  rito che è sottinteso e rappresentato come se avvenisse per la prima volta, in quel tempo sacro dove l’eroe è per la prima volta alle prese con il suo destino. Qui l’avvenimento accaduto in un Senza tempo o in un tempo primordiale va fornendo modelli di vita per un certo tipo di condotta umana. La favola del Chisciotte (d'altronde è un libro, uno scritto) narra gesta di esseri quasi soprannaturali (Cristo e uomo-sognatore) narra di una realtà venuta all’esistenza, è la narrazione di una sorta di creazione ma in questa creazione letteraria irrompe il sacro e il mito e questa narrazione ne svela tutta la sacralità.

Il sogno di Chisciotte diventa quindi una sorta di modello per le attività umane significative (l’eroismo, il coraggio, la volontà,..). Don Chisciotte grazie agli innesti di modernità vive, eppure è sopra la vita, una sorta di essere soprannaturale (perché frutto della fantasia di Cervantes).

Ma questa storia è considerata vera perché si riferisce alla realtà e tuttavia è sacra

I racconti di quest’eroe ci dicono una creazione, la creazione del nostro guardare, della finzione dei sensi e dell’errore delle immagini. Quindi questi miti costituiscono una sorta di paradigma per l’attività del “vedere” in senso lato.

Qui si vede il mito, l’origine della fantasia e del suo contrario (Sancio pancia), dell’immaginare e del suo contrario e  se ne conoscono i processi

Il viaggio di Don Chisciotte, in compagnia di Sancho, la sua inseparabile metà femminile, calcolatrice e raziocinante, è un viaggio senza tempo, nel sogno, tra le ombre di mulini a vento e di quei doppi che ovunque riflettono la brutta copia della sua immagine. Un viaggio, nel libro di chi lo ha scritto, di chi lo legge, di chi lo guarda rappresentato. Un viaggio che, come una recita, deve accadere d’incanto, senza premessa alcuna.

Simone Azzoni